venerdì 30 ottobre 2009

Le inesattezze su Casini e quel paragone sbagliato con D'Alema

Secondo il sito A voce alta, tra Casini e D'Alema si potrebbe instaurare un paragone politico. Entrambi sarebbero due miti senza un perché: due inetti senza capacità concrete né possibilità realistiche di successo nella carriera. Un'analisi netta, decisa, che non lascia margini di interpretazione. Ma anche avventata e esagerata. Perché parte da un pregiudizio di fondo che la caratterizza da cima a fondo: perfino la storia personale del nostro leader viene storpiata e piegata a convenienza. Perfino il paragone è eccessivo. Baffino e Casini hanno poco da spartire. I loro destini (forse) si incontreranno, ma questo è troppo poco per usarli come termini di paragone in negativo. Ci sono poi troppe inesattezze nel pezzo. Intanto, Casini si è comportato benissimo da Presidente della Camera, all'insegna di un'imparzialità che non fosse solo una non presa di posizione; di una riscoperta delle figure storiche della storia della Repubblica più importanti; di un garbo istituzionale che troppo spesso viene dimenticato. Le misere percentuali di cui si parla nell'articolo hanno conosciuto un'impennata negli ultimi giorni (i sondaggi ci danno stabili all'8-9 per cento) tanto che il premier Berlusconi ne sarebbe seriamente preoccupato. Il progetto di un grande Centro (che gli Italiani forse non amano, ma di cui hanno estremamente bisogno) è ormai decollato e presto prenderà forma definitivamente, insieme a tutti quegli uomini liberi e forti che sono disposti a mettere in gioco la propria poltrona (sicura) per costruire qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Se poi Casini stava lasciando lo studio di Ballarò, era perché la qualità del dibattito stava scadendo veramente. Tra gossip, giudici comunisti e (pseudo) complimenti tra Gasparri e la Bindi, non sembrava proprio di essere in un programma di approfondimento politico. Ecco tutto. Se poi Pierferdinando Casini riterrà che il nuovo partito di Centro si debba alleare con il centrosinistra, questo si vedrà e si giudicherà a tempo debito. Anche perché una nuova aggregazione di moderati popolari, liberali e democratici è una novità eccezionale: non più solo un residuale combriccola di apolidi democristiani, ma la sintesi e l'incontro di uomini coraggiosi con storie e origini diverse. Poco importa se poi ci alleeremo con la Destra o con la Sinistra. Perché prima di tutto viene il nostro progetto e il nostro futuro.

giovedì 29 ottobre 2009

Perchè i popolari alla fine andranno con Casini (ma non con Rutelli)

Aria di disastrosa scissione all'interno del Partito Democratico. Dopo Francesco Rutelli (la cui associazione presentata ieri ha già preso il largo), infatti, un'altra ala sarebbe pronta a entrare nella Costituente di Centro di Pierferdinando Casini. Si tratta degli ex Dc, riuniti da tempo sotto il nome di Popolari, che non gradirebbero più la propria permanenza all'interno di un Pd fortemente dalemiano. La probabile sostituzione del capogruppo Soro con Letta, la presidenza del partito assegnata alla Bindi o a Prodi, il socialismo europeo mal digeribile, il taglio da ogni posizione di rilievo sono motivazioni più che valide. Dopo la sonora sconfitta di Dario Franceschini, infatti, sia Franco Marini che Beppe Fioroni starebbero saggiando la possibilità di una loro fuoriuscita e la costituzione di un nuovo partito centrista che sarebbe pronto a incontrarsi con l'Udc già prima delle elezioni regionali. Fioroni ha avuto modo di incontrare il Card Bertone qualche settimana fa, e di esporgli le proprie perplessità intorno al risultato delle primarie. Ha poi abbozzato una possibile exit strategy, che consisterebbe in un'uscita dal Pd dopo che la rivoluzione Bersani, creando nuovi gruppi parlamentari (che potrebbero prendere il nome di Popolari per la Costituente) sia alla Camera che al Senato e federarsi immediatamente all'Unione di Centro. Franco Marini ieri ha addirittura preso le distanze da Fassino e Franceschini. Tutto per guadagnare vantaggio soprattutto sulle mosse di Rutelli. Se infatti questi e Casini dovessero raggiungere un'alleanza di ferro, i popolari perderebbero importanza. Se invece già fra due settimane al massimo, Marini e Fioroni offriranno all'ex presidente della Camera ben 46 parlamentari (che con un po' di sforzo potrebbero diventare anche 60) da sciogliere addirittura in un unico gruppo comune, la loro posizione diventerebbe strategica e fondamentale per la nascita del nuovo partito. Né Fioroni né Marini, infatti, hanno gradito le ultime mosse improvvise dell'ex sindaco di Roma, che temono per la propria imprevedibilità e il loro tentativo di neutralizzarlo potrebbe anche riuscire. Bruno Tabacci, ideologo della corte centrista e fine conoscitore della politica, ha detto chiaramente che l'Udc non basta più e che gli spazi al Centro sono molti e forti. Non per niente nel manifesto firmato ieri a Roma si legge dell'importanza della nascita di un partito liberale, democratico, popolare. Non manca nessuna aggettivazione: Rutelli, Casini e Fioroni ci entrano tutti. Vedremo chi si aggiungerà.

mercoledì 28 ottobre 2009

Gli incubi di B.

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi ha paura. Troppe cose negli ultimi tempi non vanno più come si aspettava: prima Fini, poi Tremonti, ora tutto il Pdl sembra in rivolta silenziosa. E' come se tutto gli stia impercettibilmente ma inesorabilmente scivolando dalle mani. Ce ne siamo accorti tutti, dice l'Avvenire di oggi: nel centrodestra il ruolo del federatore, capace di sintetizzare e risolvere le diatribe interne, da sempre esclusiva di Berlusconi, non sembra più intoccabile. Il nervosismo è alle stelle. Dai salotti sono scomparsi i volti giovani e poco aggressivi di un tempo, sostituiti da ministri, capigruppo e coordinatori nazionali. Nonostante la loro grande esperienza sono però irritabilissimi. Scoppiano alla prima provocazione e non riescono a mantenere la lucidità di un tempo. La scarlattina è solo un modo per evitare l'assalto. Almeno per ora. Come spiega bene Antonio Polito sul Riformista: Berlusconi è alle prese con due incubi, che gli tolgono il sonno. Dopo la sentenza di conferma in appello della condanna a Mills e dopo le esternazioni di Tremonti, teme una nuova ondata giudiziaria e un crollo in politica economica. E se ciò dovesse accadere, il (suo) Governo non sarebbe più così solido. Se poi si aggiungono i movimenti al Centro e le intese tra Casini e Rutelli, che rischiano di sottrargli l'egemonia sull'area moderata, allora la situazione si fa più fosca. Fini che spinge per smarcarsi e che manda messaggi subliminali ai centristi è poi la grande spina nel fianco. Avete notato di come si sia smarcato e sia rimasto nella penombra dopo gli Stati Generali del Centro di Chianciano? Paura delle conseguenze, forse? No. Secondo me, mero calcolo politico. Il Pdl ha il destino segnato, ma finché c'è Silvio in giro non può uscire allo scoperto, visto che rischierebbe di perdere consensi e non vuole correre questo rischio. Meglio aspettare tempi migliori, ormai in avvicinamento. E' questo il suo ragionamento e lo ha fatto capire anche a Casini e a Rutelli, invitandoli a cominciare a battere il terreno. Lui arriverà dopo, magari dopo aver aiutato il centrodestra a liberarsi del premier. E visto che non è uno sprovveduto, Silvio tenta di ricucire gli strappi e riportare la pace all'interno del suo chiarimento, per salvare se stesso e le sorti della propria politica. Ma non ci riuscirà. Nemmeno un Predellino 2 sarebbe in grado di resuscitarlo. Una speranza era venuta dalla vicenda Marrazzo: se il governatore del Lazio non si fosse dimesso, allora si sarebbe potuto servire del tutto per sminuire le polemiche. Invece Piero si è dimesso e lui ha perso l'ultima possibilità di difesa. Per B. i tempi si fanno troppo bui.

martedì 27 ottobre 2009

La palla al Centro

«Dovevamo cambiare terreno di gioco, allenatore, squadra, pallone, modulo tattico, perfino i tifosi. Dopo quindici anni, bisognava cambiare tutto. E invece non abbiamo cambiato niente». Francesco Rutelli
E così fu. Francesco Rutelli dopo mesi e mesi di dichiarazioni di fuga (poi prontamente smentite) ha annunciato il suo addio definitivo al Partito Democratico. Riaprendo così le danze al Centro. Che, a quanto si apprende oggi dai giornali, sarebbe sul punto di assumere una configurazione politica nuova e rivoluzionaria. Non un soggetto unitario unico subito, ma due percorsi paralleli (uno laico e uno cattolico) che però lavorerebbero insieme nella prospettiva del Partito della Nazione. A seguire Rutelli ci sarebbero pronti già 25 parlamentari, tra cui la Binetti e Lusi, e un gruppo di deputati laici e liberali che siedono tra i banchi dell'opposizione in Parlamento. Tra questi ci sarebbero il repubblicano Giorgio la Malfa, i liberal democratici Tanoni, Melchiorre e Merlo e Paolo Guzzanti, che ieri ha confessato : "c'è stato un colloquio tra Rutelli e il segretario del mio partito, De Luca: hanno parlato di formare un gruppo unico. Per poi arrivare all'accordo con l'Udc: noi saremo la gamba laica, loro quella cattolica di una nuova formazione". Questo perché, naturalmente, un partito con radici fortemente democristiane difficilmente potrebbe allargare i propri orizzonti. Uno sconvolgimento simile non lascerebbe immune nemmeno il Pdl. Come ci spiega chiaramente Beppe Pisanu, che in un'intervista all'Unità, ritiene che i tempi siano maturi per una terza forza moderata. L'analisi più lucida della situazione ci viene offerto da Michele Salvati, che oggi sul Corriere della Sera, decreta la fine del bipolarismo e l'arrivo di un nuovo modello. Se infatti dopo le scorse elezioni politiche l'Udc era visto come condannato alla scissione e alla confluenza in uno dei due grandi partiti (Casini e Buttiglione nel Pdl, Tabacci e Pezzotta nel Pd) ora il nostro partito è diventato un punto di aggregazione non solo per gli scontenti e i delusi, ma per tutti coloro che vogliono costruire qualcosa di veramente nuovo. E se al clima emergenziale seguito alla vittoria di Bersani in casa Pd si sommano le tensioni interne al Pdl, non è affatto avventato pensare che la Seconda Repubblica abbia ormai i giorni (forse qualcosina in più) contati. E il nostro nuovo partito, costruito sul modello della Kadima israeliana, avrà un ruolo chiave nello scacchiere politico, che dovrà essere riformato alla tedesca. Sono mesi che aspettavo questo momento. Il momento in cui l'Italia tutta avrebbe visto l'alba di una nuova politica. La politica del coraggio, della libertà e del buonsenso.

lunedì 26 ottobre 2009

Perchè le primarie di ieri hanno fatto il bene di tutti

Belle le primarie del Pd di ieri. Inutile, scontate, superflue ma belle. Sembrava di essere allo spoglio delle elezioni politiche: tra liste, schede azzurre e rosa, volantini elettorali, mollette verdi e gigantografie dei vari candidati. Tutto questo per aspettare un verdetto già scritto: Pierluigi Bersani ha vinto. I tre milioni di votanti (chissà quanti erano gli infiltrati) hanno fatto la scelta giusta. Hanno preferito all'ennesima delusione veltroniana in salsa americo-futurista, la solidità e la serietà socialdemocratica e novecentesca dell'ex ministro prodiano. E non è detto che quelle di ieri siano state le primarie della fine del Pd. Anche se una cospicua ala cattolica e centrista sarebbe pronta ad andarsene già durante questa settimana. Non solo Rutelli. Con lui sarebbero pronti a fare le valigie Fioroni e alcuni grossi popolari come Lorenzo Dellai. Senza contare la scissione che presto si consumerà anche dentro all'Italia dei Valori, con la fuoriuscita di personaggi come Pino Pisicchio. Ma il Pd sopravviverà, ne sono sicuro. E darà finalmente un senso alla propria esistenza. Attirando nella propria orbita Sinistra e Libertà e gli ultimi comunisti in via d'estinzione, diventerà il partito di sinistra riformista che è sempre mancato in Italia. Magari cambierà nome. Ma la sostanza rimarrà sempre quella. Non sarà nè una riedizione del Pds nè dei Ds. Ma sarà lo stesso così a Sinistra da impedire la coabitazione anche con Franceschini. Chissà se questo Dario lo capirà, problemi suoi. La cosa certa è che le primarie hanno fatto il bene di tutti. Della Sinistra che sarà finalmente sinistra. Dell'Udc, perché ha finalmente dato l'accelerazione finale al progetto della Costituente di Centro. Della Destra, che avrà un avversario chiaro, lineare e che non ritiene l'antiberlusconismo la soluzione del problema. Della politica italiana in generale, che se tutto va per il verso giusto, conoscerà un nuovo centrosinistra rivoluzionario. E' questa la prima vera vittoria di Bersani. Siamo in attesa di conoscere le altre.

venerdì 23 ottobre 2009

Ecco perchè scelgo Bersani

Se questa domenica dovessi andare a votare alle primarie (Dio me ne scampi e me ne liberi!) per la scelta del segretario del Partito Democratico, voterei per Pierluigi Bersani. Senza pensarci due volte. L’Emilia, il socialismo di Bettola, vicino a Piacenza, le liberalizzazioni, quel mezzo toscano sempre acceso in bocca, il partito liquido no, quello è roba da Veltroni. Questo è Pierluigi. A mio modesto avviso, quello che ci vuole veramente per il Partito Disastrato. Perché è serio, capace, competente e (soprattutto) realista. Perché sa stare e far stare al proprio posto, non ha inclinazioni lunatiche e pubblicitaristiche e conosce giustamente i propri limiti e i propri doveri. Perché se eletto segretario non andrà a giurare fedeltà alla Costituzione su un marciapide emiliano nelle mani del padre e non si sceglierà un vice solo perché nero. Perché non ha impostato la propria campagna elettorale su un solo tema, peraltro così complesso e difficile come la laicità. Perché non ha mai rinnegato le proprie radici e la propria cultura, ma non per questo non sa guardare con favore al futuro. Perché le sue parole d'ordine sono Partito e Politica. Perché è l'unico a essere veramente convinto che l'alleanza con l'Udc sia una ricchezza e non un peso. Perché se vincerà lui, potremo sperare di tornare a una fase di normalità politica e al contempo di novità (vera) con un'alleanza stabile tra un forte partito di Centro e uno forte di Sinistra, mettendo finalmente fine al veltronismo, capace solo di emulare e plagiare la storia e la cultura di un partito troppo lontano dall'Italia. Perché con calma e razionalismo è sempre capace di zittire gli ululanti mastini di Destra e i suoi discorsi sanno tanto di concretezza e di tanto amato Novecento. Perché su laicità e coscienza individuale e personale ha parlato sempre bene. Perché non è né tagliando né cassando che si innova. Non perché dietro ha D'Alema, che però è sempre D'Alema. Perché ha già vinto un Congresso, quello vero, e per questo meriterebbe già l'incoronazione. Perché se vincerà non si riempirà la bocca di Obamismi o di frasi preconfezionate sulla speranza e sul futuro. Vai Pierlugi. Se non fosse per forza maggiore, domenica voterei per te.

mercoledì 21 ottobre 2009

Il Dopo Berlusconi: Bertolaso

Un rumor clamoroso circola nei Palazzi della capitale. Niente Tremonti, troppo "leghista", niente Fini, troppo "aennino", niente Gianni Letta, troppo "democristiano"... Silvio Berlusconi avrebbe in mente per la successione alla guida del Popolo della Libertà e come candidato premier del Centrodestra Guido Bertolaso. Il capo della Protezione Civile non è un politico, come il Cavaliere, e soprattutto, come il Cavaliere, è l'uomo del fare, dei risultati, dei fatti concreti e non delle parole. Fantapolitica? Mica tanto...
Il rumors proviene da Affari Italiani e già questo dice tutto sul suo grado di attendibilità. Però vale la pena di rifletterci su un momento. Possibile che il Cavaliere abbia scelto di continuare sulla strada maestra che tracciò 15 anni fa, basta politici di professione, viva la cultura del fare? All'intesa strategica tra i due ci siamo abituati dopo Napoli e l'Abruzzo (stranamente non per Giampilieri): Berlusconi glorifica in pubblico Bertolaso per i suoi successi e i suoi meriti e arriva a nominarlo anche sottosegretario, il che è già una mossa strategica fondamentale. In questo modo è riuscito, infatti, a legarlo a sé e al Pdl in modo definitivo. Tant'è che tempo fa, nel toto candidato per la presidenza della regione Lazio, il suo era uno dei nomi più quotati. Nulla di fatto poi, ma una notizia così importante non passa mica inosservata. Il dualismo tra Berlusconi e Bertolaso è la chiave di lettura più appropriata per comprendere la situazione interna al Pdl: un partito in piena crisi di identità e di valori. L'uscita di ieri del ministro Tremonti non sarà certo l'ultima di questo genere. Come Fini, anche lui cerca spazi di manovra per svincolarsi dall'ingombrante egemonia di Silvio, nell'attesa di quel dopo Berlusconi che sembra non arrivare mai. Ma il Cavaliere non è certo uno sprovveduto: si è affezionato troppo alla sua creatura per lasciarla in mani sbagliate. Per il suo dopo vuole qualcuno che gli assomigli in tutto per tutto e Guido Bertolaso è il più indicato. Dopo l'asse Berlusconi - Bossi, arriva quello Berlusconi - Bertolaso...sempre B&B.